una “history of social democracy” in Italia, di Marco Revelli

E’ difficile presentare una “history of social democracy” in Italia. Perché, in realtà, non è mai esistita una italian social democracy. O, se proprio la si vuol ritrovare al di fuori delle etichette, si è trattato di una Social-democrazia molto anomala.

Fin dalle prime libere elezioni – fin dal 1946 quando si è eletta l’Assemblea Costituente – il campo è stato occupato maggioritariamente a sinistra da un forte Partito comunista (il più forte partito comunista dell’Europa occidentale), mentre il centro – non solo il centro dello schieramento parlamentare ma il Centro del sistema politico in quanto tale – era saldamente in mano alla Democrazia cristiana, e la Destra era, in ampia parte, costituita da un partito antisistema, fortemente nostalgico del fascismo.

Köp Viagra Lidingö Il Pci era, sicuramente, un partito con alcune assonanze con le socialdemocrazie classiche (un forte ruolo di advocacy nei confronti del mondo del lavoro, tutela dei diritti sociali, una spiccata vocazione riformatrice, accettazione e difesa della democrazia e del pluralismo), ma con riferimenti internazionali diversi (l’Urss come riferimento, il Pcus come “partito guida” sia pur con segnali significativi di indipendenza). E soprattutto con una conventio ad excludendum che lo tenne programmaticamente fuori dall’area di governo fino ai tardi anni ’70. E quando questa sembrò cadere, con la strategia del “compromesso storico” e poi con i governi di “unità nazionale”, ciò fu pagato con l’uccisione della figura che più si era impegnata in questa svolta e che avrebbe dovuto guidare il primo governo di svolta, Aldo Moro. Così si può dire che negli anni più fecondi delle socialdemocrazie europee – il trentennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, le “trenta gloriose”, i decenni del “compromesso socialdemocratico” nel quadro di un accelerato sviluppo e delle politiche keynesiane – l’Italia è rimasta congelata in un assetto di sistema sostanzialmente centrista. Anche perché il Psi – l’altra componente della sinistra italiana, minoritaria rispetto al “fratello maggiore”, non riuscì mai a essere una forza veramente autonoma, prima subalterno al Pci (nella logica del “fronte popolare”), poi alla Dc: la stagione del “centro-sinistra” (tra il 1962 e l’inizio degli anni ’70) non è neppure lontanamente paragonabile a una “grosse koalition” – tutt’al più fu una “kleine koalition” che favorì in parte la modernizzazione sociale del Paese, ma non la sua dinamica politica che rimase asfittica e lasciò ampio spazio a una mobilitazione esterna al sistema politico (il ’68 italiano, l’autunno caldo, la mobilitazione sindacale…): mobilitazione che svolse una sorta di ruolo di supplenza rispetto alle forze politiche. E che una volta rifluita, lasciò un sistema politico sostanzialmente bloccato intorno al suo centro (l’asse tra il Psi craxiano e una Dc notabilare, tenuto insieme dal clientelismo, da un’esplosiva spesa pubblica, da alti tassi d’interesse dei titoli di stato, e dalla tolleranza dell’evasione fiscale).

order generic Cytotec online no prescription Fu allora che si verificò la prima “rottura di sistema”: cioè la prima radicale trasformazione dell’intero sistema politico italiano, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta: gli anni della Caduta del Muro di Berlino e della fine dell’Urss in campo internazionale, e del terremoto di “Tangentopoli” sul piano interno italiano. E se il primo fenomeno determinò la fine del Partito comunista (il suo cambiamento di nome e di natura), il secondo – la crisi giudiziaria della politica italiana – passò come un tzunami sull’intera classe politica, cancellando la geografia partitica della Prima Repubblica (nel 1995 nessun nome dei partiti precedenti era più presente nello spazio politico italiano, tranne il piccolissimo Partito repubblicano). Né il Psi – cancellato dagli scandali - riuscì a capitalizzare sulla crisi del Pci aperta dal crollo del socialismo reale, assorbendo il suo elettorato intorno a un programma social-democratico. Né il rinnovato Pci, riconfigurato in Pds, riuscì ad avvantaggiarsi della crisi del Psi e a raccogliere in qualche modo la bandiera della socialdemocrazia. Non riuscì neppure a mantenere nel proprio nome il riferimento al socialismo, preferendo rinominarsi più genericamente come Partito democratico della sinistra, e abbracciando tout court più il nascente credo neo-liberista, ritenuto più à la page e capace di far dimenticare un passato di cui ci si vergognava, che non la profonda vocazione lavorista e riformatrice che pur era nel suo originario DNA. Più una anticipazione della third way blairiana, che un rilancio del patto social-democratico. La dirigenza dell’ex Pci, una volta spezzato il rapporto con la propria storia e con la propria identità pregressa, preferì tentare di adattarsi quanto possibile allo spirito del tempo, alla generica retorica modernizzatrice, nella convinzione che la parallela crisi della Democrazia cristiana – colpita a morte da Tangentopoli, al pari del Psi – gli avrebbe assicurato naturaliter – per così dire – un’egemonia politica piena. Che sarebbe diventato, senza sforzo, il vero catch all party. Anzi: the one cath all party nello spazio politico italiano svuotato dai giudici.

opzioni binarie strategie 60 secondi vincenti Non andò così. La Democrazia Cristiana collassò. Ma la sua eredità non andò al Pds (Democratic Party of the Left). In parte – in piccola parte – andò al Partito popolare. E in ampia parte a una new entry. Un outsider assoluto. Il partito azienda di Silvio Berlusconi: Forza Italia, giunto dal nulla a costituire la maggioranza di governo grazie a un sistema di alleanze a geometria variabile, con gli eredi della vecchia destra radicale riconvertitasi in Alleanza nazionale al sud, e con gli xenofobi regionalisti della Lega al Nord. Era la prima radice di un populismo ante litteram. Un populismo da società del benessere, che univa il pubblico dei nuovi ricchi di una neoborghesia dei servizi e della speculazione immobiliare con i ceti medio-bassi dell’ascolto televisivo. Un populismo da enrichissez vous, volgare e bonario, che si annetteva buona parte della classe dirigente dell’ex psi e spingeva dall’altra parte, per contrapposizione e per differenza, tutti gli altri eredi della cosiddetta Prima Repubblica, cattolicesimo sociale e laicismo riformatore, sindacalismo di base e intellettualità intransigente (i cosiddetti girotondi)… Sarà quello l’anomalo bipolarismo italiano della cosiddetta Seconda Repubblica (quella che va dalla metà degli anni Novanta alla fine della prima decade del nuovo secolo: al 2011 appunto).

no deposit bonus binary options august 2017 Dietro quello structural change del sistema politico italiano c’era un parallelo, e più profondo, mutamento della collocazione e degli atteggiamenti politici di massa. Una sorta di liquefazione dell’elettorato. Di inedita mobilità di esso, con l’abbandono dei vecchi “involucri politici” – dei tradizionali partiti di massa – e la fine delle consolidate fedeltà. Della loyalty – di cui parla Hirshmann – sostituita da un sempre più frequente ricorso all’exit. Diamo un’occhiata ai numeri:

Nel 1976 – l’anno che segna il punto più alto della sua parabola – il Pci aveva più di 12 milioni e mezzo di voti (12.615.000 per la precisione), il Psi tre milioni e mezzo e la Dc all’incirca 14 milioni (14.209.000).

opzioni binarie conto demo senza registrazione Nel 1982 – all’inizio del decennio che precede the big change – il Pci ne conservava ancora 10 milioni, il Psi era salito a 5 milioni e mezzo, e la Dc contava 13 milioni di voti. Pci e Psi insieme sfioravano i 16 milioni di voti, ma seguivano strade separate.

http://mhs.se.loopiadns.com/evenemang/tunga-rallyt-vast-2013/ Nel 1992, subito dopo il mutamento di nome, l’ex Pci diventato Pds aveva perso all’incirca metà dei propri voti (era a sei milioni e trecentomila), il Psi stava un po’ sotto il massimo ottenuto dieci anni prima, a 5 milioni e trecentomila, e la Dc contava ancora 11 milioni e mezzo. Ma solo due anni dopo, a ridosso del terremoto di tangentopoli, nel 1994 la Dc si era più che dimezzata, anzi si era ridotta a quasi un terzo con poco più di 4 milioni di voti; il Psi era pressoché scomparso (ottocento mila voti) e il Pds non aveva riguadagnato granché con i suoi 7 milioni e novecentomila. In compenso, contro tutti era emerso il nuovo centro-destra, con Forza Italia a più di 8 milioni, la Lega nord a 3 milioni e settecentomila e Alleanza nazionale a più di 5 milioni… Se nel 1976 Pci e Dc – i due pilastri del sistema politico – sommati insieme raccoglievano quasi 30 milioni di elettori, ora, poco più di un quindicennio dopo, superavano di poco la soglia dei 10 milioni: un terzo appena! Un’opzione social-democratica era già esclusa in partenza, dalla durezza dei numeri. E dal sommovimento di un elettorato che si era posizionato altrove… Né le cose andranno meglio quando nel 2008, esattamente alla vigilia della crisi economica più devastante della storia italiana, Walter Veltroni promuoverà una nuova metamorfosi, con la nascita del Pd dalla fusione fredda di ciò che restava del Pci e della sua evoluzione in Pds e poi in Ds, e di ciò che restava dei cattolici “popolari”. Una fusione senza pensiero e senza riflessione sulle rispettive culture politiche, che avrebbe dovuto favorire il vero bipolarismo italiano: esso vedrà la nuova creatura che avrebbe dovuto incarnare il riformismo di nuova generazione in minoranza, con poco più di 12 milioni di voti (la somma degli ex Democratici di sinistra e degli ex popolari, dei reduci dell’antico Pci e dell’antica Dc) contro i quasi 14 milioni del Pdl, che salivano a 16 con l’alleanza con la Lega. E non era finita. La lunga crisi farà il resto.

http://gyutofoundation.org/?iuut=opzioni-binarie-strategie-60-secondi&a06=ab L’Italia politica che emerge dalle elezioni del 2013 vede il Partito democratico di poco sopra gli 8 milioni e mezzo (un 30% in meno di elettori rispetto a cinque anni prima). Dimezzata anche Forza Italia, a poco più di 7 milioni (tutti e due insieme i pilastri del nuovo bipolarismo, con un’emorragia di circa 10 milioni…). E, ancora una volta dal nulla, il Movimento 5 Stelle primo partito con 8 milioni e 691mila voti. Un populismo da tempi di crisi, alimentato dal senso di perdita di una parte amplissima di popolazione, ceto medio, classi lavoratrici, artigiani, professionisti, giovani precari, un fronte sociale trasversale distribuito in tutte le regioni, le classi d’età, con punte tra i giovani, le professioni, soprattutto tra i ceti produttivi). Un populismo dolce, ancora, se confrontato con quelli emergenti in altre parti d’Europa, alimentato dall’ottusità delle politiche europee, dalla corruzione dilagante nella classe politica e amministrativa nazionale, dalla solitudine delle periferie, dall’indifferenza alle reali condizioni sociali delle narrative prevalenti delle diverse parti politiche.

aprire conto iq option Il Partito democratico, padrone in Parlamento grazie a uno sproporzionato premio di maggioranza conquistato con una legge elettorale illegittima costituzionalmente e a una coalizione subito andata in frantumi, ma in realtà sconfitto nelle urne, tenterà di reagire con un’operazione spregiudicata e rischiosa. Cioè con una mutazione genetica – un cambiamento radicale del proprio stile politico e dei propri valori fondamentali – rappresentato dall’ascesa di Matteo Renzi al vertice del partito e con esso alla guida del Governo. La messa in campo di uno stile esplicitamente populista, per affermare politiche – e modificazioni costituzionali – sostanzialmente oligarchiche (si pensi alla riforma Boschi-Renzi, su cui si voterà il 4 dicembre), anti-sociali (il Jobs Act e in generale la riforma del lavoro), anti-ecologiche (la legge Sblocca Italia), in ampia misura conformi alle pressanti richieste dell’establishment finanziario e dell’oligarchia europea… Ma sullo stile populista del cosiddetto “renzismo” e sul suo segno sociale vorrei ritornare più avanti).

Ora mi preme tentare di rispondere ad alcune domande: Che cosa è accaduto? Perché in Italia, che pure aveva visto tra gli anni sessanta e gli anni settanta la presenza di una forte sinistra, estesa elettoralmente, organizzata politicamente, non ha visto l’evoluzione in senso social-democratico di quella forza, anche quando le condizioni della conventio ad excludendum erano venute meno? E quando la geografia politica in Europa l’avrebbe permesso, magari in continuità con quelle che erano state le intuizioni dell’eurocomunismo berlingueriano. Perché il Paese che aveva dato vita a una forte insorgenza sociale, che in parte aveva fatto scuola in Europa, il Paese del Sindacato dei Consigli, dell’autonomia e della (breve) unità sindacale, della partecipazione diffusa, è diventato, nel nuovo secolo, il Paese del silenzio sociale. E dei successivi populismi di diversa generazione?

La prima ragione – la principale – sta nel fatto che l’Italia è arrivata alla propria “prova” dell’opzione socialdemocratica immediatamente a ridosso di quel generale, e catastrofico, social devide che si è verificato tra la fine degli anni settante e la metà degli anni novanta. Una grande resa dei conti sociale, tra capitale e lavoro (per usare termini oggi abbandonati) che ha colpito frontalmente tutte le sinistre, non solo quella italiana, e che ha rappresentato la sfida perduta per tutte le socialdemocrazie europee. In quel periodo si è consumata, a livello globale, una storica “sconfitta del lavoro”. Non una battaglia del lavoro perduta. Ma una disfatta senza precedenti, e tuttavia non elaborata, e neppure riconosciuta. Allora il mondo del lavoro è stato colpito nel suo reddito, nel suo status, nella sua identità sociale, nei suoi diritti fondamentali conquistati in un secolo di “lotte del lavoro”. Innovazione tecnologica e globalizzazione sono stati i due terreni su cui quella sconfitta si è giocata. Luciano Gallino – un autorevole sociologo italiano, forse il più grande, comunque quello che meglio di ogni altro ha capito lo spirito del tempo in anticipo sugli eventi – ha parlato di “lotta di classe dopo la lotta di classe”. Intendendo con questa formula la lotta che chi sta in alto ha scatenato contro chi sta in basso, e nei decenni centrali del secolo del lavoro era riuscito a risalire un po’: una lotta di classe alla rovescia, mossa da parte delle élites per riconquistare i privilegi perduti, neutralizzare le conquiste sociali, decostruire i sistemi di welfare, neutralizzare le politiche redistributive, rendere precario e incerto (si dice “flessibile”) il lavoro, risospingere nella sfera del privato il ruolo del lavoro che aveva ottenuto riconoscimento pubblico, entrando di diritto a costituire la cittadinanza.

Autunno 1980, sconfitta degli operai della Fiat a Torino (i famosi “35 giorni della Fiat”); Agosto 1981, licenziamento degli 11.000 controllori di volo del PATCO ((Professional Air Traffic Controllers Organization) da parte del neoeletto Ronald Reagan; Marzo 1985, chiusura delle miniere dello Yorkshire dopo l’epica lotta dei miners di Arthur Scarghill; seconda metà degli anni Ottanta, chiusura delle miniere e degli altiforni in Alsazia-Lorena… Le linee del fronte sono frammentate, ma ovunque il lavoro viene sfidato in campo aperto e sconfitto. Decentramento produttivo, outsourcing, delocalizzazione, technological change, dalla tecnologia meccanica a quella elettronica, globalizzazione sono le condizioni materiali di quella che Antonio Gramsci avrebbe definito una “rivoluzione passiva”.

Si colloca qui, a mio parere, il turning point generale, che apre la crisi delle socialdemocrazie. Anzi, che prepara la vera e propria decostruzione del “paradigma socialdemocratico”, la quale avrà tempi di sviluppo e modalità differenziate nei diversi Paesi, ma alla cui origine sta lo stesso fenomeno sociale e, potremmo dire, strutturale. Con quella netta vittoria del capitale sul lavoro, e con la conseguente asimmetria nei rapporti di forza tra le classi, venivano meno le ragioni del “compromesso sociale” che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Di quello che è stato appunto chiamato il “compromesso socialdemocratico”. Il patto veniva rotto unilateralmente sul versante del capitale (un capitale dotato di un’inedita mobilità territoriale e di una formidabile libertà di azione nei confronti della propria forza-lavoro) per la semplice ragione che, con i nuovi rapporti di forza, non serviva più e, anzi, diveniva un impaccio. E con la fine del “compromesso”, veniva rimesso in causa il welfare, che di quel compromesso era stato parte integrante, e che nelle nuove condizioni risultava essere un costo inutile. Nelle nuove condizioni le stesse politiche keynesiane – fino ad allora ritenute essenziali per la regolazione del ciclo economico – erano considerate superate. O comunque superabili.

Il nuovo principio era stato dichiarato ufficialmente, in forma chiarissima, fin dal settembre del 1979 dal nuovo Governatore della Federal Reserve Paul Volker, che nel suo discorso di insediamento aveva annunciato una svolta storica: se per un cinquantennio – aveva detto – il nemico principale, per tutti i governi era stata la disoccupazione (lo spettro delle lunghe file di disoccupati davanti agli uffici di collocamento durante la Grande Crisi del ’29), e se l’obiettivo di tutte le politiche pubbliche era stata la “piena occupazione”, ora nemico principale diventava l’inflazione. E il primo obiettivo delle autorità finanziarie il suo abbattimento. Se prima l’obiettivo – il target – era stato il mercato del lavoro e la sua regolazione, ora diventava il salario e il suo controllo: lo sfondamento della sua rigidità, a costo di lasciar fluttuare liberamente i tassi d’interesse, e di riconvertire radicalmente gli apparati produttivo. A costo della de-industrializzazione. Della precarizzazione del lavoro. Della rinuncia a forme di programmazione economica. A costo di arrendersi al disordine proprio del mercato, scegliendo modelli organizzativi flessibili, mobili, leggeri, pensati per “adattarsi al disordine” più che a “dominarlo e ridurlo”.

Di quella svolta (o meglio, delle sue conseguenze letali) le socia-democrazie europee non si sono accorte. Anzi, spesso si sono candidare a gestirne le articolazioni politiche. O a farsene garanti, in nome di un errato concetto di “modernizzazione”. Ma le ricadute sociali sono state pesantissime. Ben visibili nei numeri. Uno studio della Bank of International settlemets sulla ripartizione della ricchezza tra salari e profitti nei paesi OCSE nel periodo compreso tra il 1983 e la metà del primo decennio del nuovo secolo mostra uno spostamento dai primi ai secondi di una massa di reddito oscillante tra gli 8 e i 10 punti percentuali di PIL. Ciò significa che, annualmente, nel nuovo secolo, al lavoro va una quota di reddito inferiore di 10 punti di Pil rispetto a quella che gli spetterebbe se la ripartizione fosse rimasta quella dell’inizio degli anni ’80. E che, simmetricamente, al capitale va una quota di 10 punti superiore… Per l’Italia ciò significa una cifra oscillante intorno ai 200 miliardi di euro all’anno, non più parte delle buste paga dei lavoratori ed entrata nelle disponibilità finanziarie delle imprese (che ne dispongono solo in parte per investimenti produttivi, e ne dirottano una quota significativa nella speculazione finanziaria).

La crisi finanziaria iniziata nel 2008 ha fatto il resto. Dalle condizioni di vita dei lavoratori industriali e del settore privato l’erosione del reddito è risalita all’insieme della classe media nel suo complesso, la quale ha subito un progressivo e rapido declassamento, sia in termini materiali, di potere d’acquisto, sia in termini di status e soprattutto in termini di sicurezza (della propria condizione, del proprio stile di vita). Un Report del McKinsey Global Institut del 2016 ce ne offre una drammatica dimostrazione. E’ significativamente intitolato Poorer then their parents? Flat or falling incomes in advanced economies e si riferisce a un set di Paesi avanzati dove, in misura diversa, il reddito famigliare delle classi medie è stato duramente intaccato.: “Between 65 and 70 percent of households in 25 advanced economies, the equivalent of 540 million to 580 million people – scrivono i ricercatori della McKinsey -, were in segments of the income distribution whose real market incomes — their wages and income from capital — were flat or had fallen in 2014 compared with 2005. Tagli in qualche caso feroci. In Italia, per esempio, dove la percentuale di households danneggiati raggiunge il 98%. E poi negli Stati Uniti, con una percentuale dell’81%. Seguono United Kingdom e Netherland con il 70%, subito dopo la Francia con il 75. Al polo opposto la Svezia, dove politiche pubbliche adeguate hanno ridotto la percentuale di popolazione declassata al 20%. Stupisce che nelle aree di maggior sofferenza delle classi medie e del lavoro si siano affermati stili politici cosiddetti “populisti”? Che nel United Kingdom abbia prevalso il leave e in Netherland sia imminente un referendum per l’exit? Che in USA abbia vinto il mostruoso Trump? Che in Italia pressoché l’intero spazio politico sia occupato da soggetti che, sia pur in forma diversa, praticano uno stile populista: di destra quello già inaugurato da Berlusconi e oggi riproposto in chiave hard da Salvini; al centro quello inedito, messo in campo da Beppe Grillo; dal governo e dal cuore delle istituzioni quello (a mio avviso oggi più pericoloso) di Matteo Renzi come estremo tentativo di controllare la crisi del Partito democratico mutandone la natura e in parte anche la base sociale (il progetto del cosiddetto Partito della Nazione).

In questo contesto il tradizionale modello social-democratico non ha voce, né spazio. Rimane sospeso tra il sovranismo sciovinista dei populismi di destra (che predicano il ritorno a una sovranità nazionale come garanzia di tutela dei propri cittadini contro tutto ciò che sta “fuori”). E il cosmopolitismo socialmente indifferente e irresponsabile dell’establishment (il paradigma neoliberista, tuttora prevalente al vertice dell’Unione Europea e in pressoché tutte le agenzie internazionali) che persegue lo scioglimento di tutti i patti sociali e la riduzione di tutte le garanzie. Forse solo un “sovranismo continentale” potrebbe rimetterlo in gioco. Ridare senso all’elaborazione di nuovi “patti sociali”. Rendere praticabili politiche redistributive su scala continentale. Istituire garanzie sociali trans-nazionali. Forse, cioè, solo un’”Altra Europa” potrebbe frenare la corsa verso il basso nelle condizioni materiali e verso l’abisso nelle politiche nazionali. Ma quell’Europa è lontana. Le stesse socialdemocrazie europee – già estenuate dopo essersi abbandonate all’egemonia neo-liberista - hanno abdicato al proprio ruolo, chiudendosi in asfittiche tattiche nazionali (penso alla Germania) o autoliquidandosi (penso alla Francia, e ora anche alla Spagna). Nel luglio dello scorso anno, poi, la socialdemocrazia europea ha compiuto un vero e proprio suicidio collettivo, lasciando letteralmente massacrare socialmente la Grecia di fronte a un mondo allibito, e rinunciando così ai propri più profondi valori di solidarietà e di giustizia sociale.

Non sarà facile rimontare, dopo un così lungo ciclo di sconfitta. Ma l’emergere di una sinistra europea capace di organizzare le proprie proposte su scala continentale è l’unica possibile barriera contro il rischio della dissoluzione dell’Unione, e contro la parallela minaccia costituita da una destra nazionalista – nazional-sovranista -, xenofoba e, in prospettiva, bellicista.

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