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Assemblea per la mobilitazione sul 60° anniversario del trattato di Roma

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l'Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

opzioni digitali sito Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative.

Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un'altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell'Unione.

Ci vuole un progetto di unità europea innovativo e coraggioso, per assicurare a tutti e tutte l’unico futuro vivibile, fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento effettivo della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale.

Dobbiamo essere in grado di trasformare il "prima gli italiani, gli inglesi i francesi”, in “prima noi tutte e tutti", europei del nord e del sud, dell'est e dell'ovest, nativi e migranti,  uomini e donne.

Ripartiamo da qui, da Roma, uniti e solidali, per costruire quel campo che, oltre le nostre differenze, nel nostro continente e in tutto il mondo, sappia essere all'altezza della sfida che abbiamo di fronte. 

 

binäre optionen strategie 2014 Invitiamo ad aderire a questo appello, a promuovere e inserire in questa cornice comune eventi e appuntamenti nel prossimo periodo in Italia e in tutta Europa, a essere a Roma il 23.24.25 marzo per mobilitarci in tante iniziative, incontri, azioni, interventi nella città e realizzare una grande convergenza unitaria.

 

http://iviti.co.uk/?vera=in-assoluto-il-miglior-broker-opzioni-binarie-2015&d5c=ce Il comitato organizzatore
per adesioni e informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">CONTATTI: pagina facebook La nostra Europa 

verita opzioni binarie Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">
ROMA, ore 10.30, SPIN LABS, VIA STATILIA 15 (presso Metro Manzoni) 

How To Get Priligy Prescription in Sioux Falls South Dakota Le prime adesioni all'appello "La nostra Europa. Unita democratica solidale"

Arci, Legambiente, CGIL, Rete della Conoscenza, Transform Italia, Transform Europe, A Sud, Acli, Acmos, AOI Associazione Ong Italiane, Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, Auser, Baobab Experience, Centro Einstein di Studi Internazionali (CESI), Centro per la Riforma dello Stato, Cipsi, Città dell'Altra Economia - CAE, Cittadinanzattiva, Comitato europeo New Deal 4 Europe, Comitato Nazionale LipScuola, Concord Italia, Cultura è libertà, DiEM25, European Alternatives, Fairwatch, Fiom Cgil, Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Forum Italo Tunisino, Gioventù Federalista Europea, Greenpeace, Libera, Link Coordinamento Universitario, Lunaria, Osservatorio Aids, Rete della Pace, Sbilanciamoci!, Sinistra Euromediterranea, SOLIDAR, Tavola della Pace, Un Ponte Per.., Unione degli Studenti

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LA NOSTRA EUROPA UNITA DEMOCRATICA SOLIDALE

http://big-balloon.nl/up.php UNITA DEMOCRATICA SOLIDALE
 
In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l'Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.
 
Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative.
 
Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.
 
Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.
 
Un'altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell'Unione.
 
Ci vuole un progetto di unità europea innovativo e coraggioso, per assicurare a tutti e tutte l’unico futuro vivibile, fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento effettivo della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale.
 
Dobbiamo essere in grado di trasformare il "prima gli italiani, gli inglesi i francesi”, in “prima noi tutte e tutti", europei del nord e del sud, dell'est e dell'ovest, nativi e migranti,  uomini e donne.
 
Ripartiamo da qui, da Roma, uniti e solidali, per costruire quel campo che, oltre le nostre differenze, nel nostro continente e in tutto il mondo, sappia essere all'altezza della sfida che abbiamo di fronte. 
Invitiamo ad aderire a questo appello, a promuovere e inserire in questa cornice comune eventi e appuntamenti nel prossimo periodo in Italia e in tutta Europa, a essere a Roma il 23.24.25 marzo per mobilitarci in tante iniziative, incontri, azioni, interventi nella città e realizzare una grande convergenza unitaria.
 
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una “history of social democracy” in Italia, di Marco Revelli

E’ difficile presentare una “history of social democracy” in Italia. Perché, in realtà, non è mai esistita una italian social democracy. O, se proprio la si vuol ritrovare al di fuori delle etichette, si è trattato di una Social-democrazia molto anomala.

Fin dalle prime libere elezioni – fin dal 1946 quando si è eletta l’Assemblea Costituente – il campo è stato occupato maggioritariamente a sinistra da un forte Partito comunista (il più forte partito comunista dell’Europa occidentale), mentre il centro – non solo il centro dello schieramento parlamentare ma il Centro del sistema politico in quanto tale – era saldamente in mano alla Democrazia cristiana, e la Destra era, in ampia parte, costituita da un partito antisistema, fortemente nostalgico del fascismo.

Il Pci era, sicuramente, un partito con alcune assonanze con le socialdemocrazie classiche (un forte ruolo di advocacy nei confronti del mondo del lavoro, tutela dei diritti sociali, una spiccata vocazione riformatrice, accettazione e difesa della democrazia e del pluralismo), ma con riferimenti internazionali diversi (l’Urss come riferimento, il Pcus come “partito guida” sia pur con segnali significativi di indipendenza). E soprattutto con una conventio ad excludendum che lo tenne programmaticamente fuori dall’area di governo fino ai tardi anni ’70. E quando questa sembrò cadere, con la strategia del “compromesso storico” e poi con i governi di “unità nazionale”, ciò fu pagato con l’uccisione della figura che più si era impegnata in questa svolta e che avrebbe dovuto guidare il primo governo di svolta, Aldo Moro. Così si può dire che negli anni più fecondi delle socialdemocrazie europee – il trentennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, le “trenta gloriose”, i decenni del “compromesso socialdemocratico” nel quadro di un accelerato sviluppo e delle politiche keynesiane – l’Italia è rimasta congelata in un assetto di sistema sostanzialmente centrista. Anche perché il Psi – l’altra componente della sinistra italiana, minoritaria rispetto al “fratello maggiore”, non riuscì mai a essere una forza veramente autonoma, prima subalterno al Pci (nella logica del “fronte popolare”), poi alla Dc: la stagione del “centro-sinistra” (tra il 1962 e l’inizio degli anni ’70) non è neppure lontanamente paragonabile a una “grosse koalition” – tutt’al più fu una “kleine koalition” che favorì in parte la modernizzazione sociale del Paese, ma non la sua dinamica politica che rimase asfittica e lasciò ampio spazio a una mobilitazione esterna al sistema politico (il ’68 italiano, l’autunno caldo, la mobilitazione sindacale…): mobilitazione che svolse una sorta di ruolo di supplenza rispetto alle forze politiche. E che una volta rifluita, lasciò un sistema politico sostanzialmente bloccato intorno al suo centro (l’asse tra il Psi craxiano e una Dc notabilare, tenuto insieme dal clientelismo, da un’esplosiva spesa pubblica, da alti tassi d’interesse dei titoli di stato, e dalla tolleranza dell’evasione fiscale).

Fu allora che si verificò la prima “rottura di sistema”: cioè la prima radicale trasformazione dell’intero sistema politico italiano, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta: gli anni della Caduta del Muro di Berlino e della fine dell’Urss in campo internazionale, e del terremoto di “Tangentopoli” sul piano interno italiano. E se il primo fenomeno determinò la fine del Partito comunista (il suo cambiamento di nome e di natura), il secondo – la crisi giudiziaria della politica italiana – passò come un tzunami sull’intera classe politica, cancellando la geografia partitica della Prima Repubblica (nel 1995 nessun nome dei partiti precedenti era più presente nello spazio politico italiano, tranne il piccolissimo Partito repubblicano). Né il Psi – cancellato dagli scandali - riuscì a capitalizzare sulla crisi del Pci aperta dal crollo del socialismo reale, assorbendo il suo elettorato intorno a un programma social-democratico. Né il rinnovato Pci, riconfigurato in Pds, riuscì ad avvantaggiarsi della crisi del Psi e a raccogliere in qualche modo la bandiera della socialdemocrazia. Non riuscì neppure a mantenere nel proprio nome il riferimento al socialismo, preferendo rinominarsi più genericamente come Partito democratico della sinistra, e abbracciando tout court più il nascente credo neo-liberista, ritenuto più à la page e capace di far dimenticare un passato di cui ci si vergognava, che non la profonda vocazione lavorista e riformatrice che pur era nel suo originario DNA. Più una anticipazione della third way blairiana, che un rilancio del patto social-democratico. La dirigenza dell’ex Pci, una volta spezzato il rapporto con la propria storia e con la propria identità pregressa, preferì tentare di adattarsi quanto possibile allo spirito del tempo, alla generica retorica modernizzatrice, nella convinzione che la parallela crisi della Democrazia cristiana – colpita a morte da Tangentopoli, al pari del Psi – gli avrebbe assicurato naturaliter – per così dire – un’egemonia politica piena. Che sarebbe diventato, senza sforzo, il vero catch all party. Anzi: the one cath all party nello spazio politico italiano svuotato dai giudici.

Non andò così. La Democrazia Cristiana collassò. Ma la sua eredità non andò al Pds (Democratic Party of the Left). In parte – in piccola parte – andò al Partito popolare. E in ampia parte a una new entry. Un outsider assoluto. Il partito azienda di Silvio Berlusconi: Forza Italia, giunto dal nulla a costituire la maggioranza di governo grazie a un sistema di alleanze a geometria variabile, con gli eredi della vecchia destra radicale riconvertitasi in Alleanza nazionale al sud, e con gli xenofobi regionalisti della Lega al Nord. Era la prima radice di un populismo ante litteram. Un populismo da società del benessere, che univa il pubblico dei nuovi ricchi di una neoborghesia dei servizi e della speculazione immobiliare con i ceti medio-bassi dell’ascolto televisivo. Un populismo da enrichissez vous, volgare e bonario, che si annetteva buona parte della classe dirigente dell’ex psi e spingeva dall’altra parte, per contrapposizione e per differenza, tutti gli altri eredi della cosiddetta Prima Repubblica, cattolicesimo sociale e laicismo riformatore, sindacalismo di base e intellettualità intransigente (i cosiddetti girotondi)… Sarà quello l’anomalo bipolarismo italiano della cosiddetta Seconda Repubblica (quella che va dalla metà degli anni Novanta alla fine della prima decade del nuovo secolo: al 2011 appunto).

Dietro quello structural change del sistema politico italiano c’era un parallelo, e più profondo, mutamento della collocazione e degli atteggiamenti politici di massa. Una sorta di liquefazione dell’elettorato. Di inedita mobilità di esso, con l’abbandono dei vecchi “involucri politici” – dei tradizionali partiti di massa – e la fine delle consolidate fedeltà. Della loyalty – di cui parla Hirshmann – sostituita da un sempre più frequente ricorso all’exit. Diamo un’occhiata ai numeri:

Nel 1976 – l’anno che segna il punto più alto della sua parabola – il Pci aveva più di 12 milioni e mezzo di voti (12.615.000 per la precisione), il Psi tre milioni e mezzo e la Dc all’incirca 14 milioni (14.209.000).

Nel 1982 – all’inizio del decennio che precede the big change – il Pci ne conservava ancora 10 milioni, il Psi era salito a 5 milioni e mezzo, e la Dc contava 13 milioni di voti. Pci e Psi insieme sfioravano i 16 milioni di voti, ma seguivano strade separate.

Nel 1992, subito dopo il mutamento di nome, l’ex Pci diventato Pds aveva perso all’incirca metà dei propri voti (era a sei milioni e trecentomila), il Psi stava un po’ sotto il massimo ottenuto dieci anni prima, a 5 milioni e trecentomila, e la Dc contava ancora 11 milioni e mezzo. Ma solo due anni dopo, a ridosso del terremoto di tangentopoli, nel 1994 la Dc si era più che dimezzata, anzi si era ridotta a quasi un terzo con poco più di 4 milioni di voti; il Psi era pressoché scomparso (ottocento mila voti) e il Pds non aveva riguadagnato granché con i suoi 7 milioni e novecentomila. In compenso, contro tutti era emerso il nuovo centro-destra, con Forza Italia a più di 8 milioni, la Lega nord a 3 milioni e settecentomila e Alleanza nazionale a più di 5 milioni… Se nel 1976 Pci e Dc – i due pilastri del sistema politico – sommati insieme raccoglievano quasi 30 milioni di elettori, ora, poco più di un quindicennio dopo, superavano di poco la soglia dei 10 milioni: un terzo appena! Un’opzione social-democratica era già esclusa in partenza, dalla durezza dei numeri. E dal sommovimento di un elettorato che si era posizionato altrove… Né le cose andranno meglio quando nel 2008, esattamente alla vigilia della crisi economica più devastante della storia italiana, Walter Veltroni promuoverà una nuova metamorfosi, con la nascita del Pd dalla fusione fredda di ciò che restava del Pci e della sua evoluzione in Pds e poi in Ds, e di ciò che restava dei cattolici “popolari”. Una fusione senza pensiero e senza riflessione sulle rispettive culture politiche, che avrebbe dovuto favorire il vero bipolarismo italiano: esso vedrà la nuova creatura che avrebbe dovuto incarnare il riformismo di nuova generazione in minoranza, con poco più di 12 milioni di voti (la somma degli ex Democratici di sinistra e degli ex popolari, dei reduci dell’antico Pci e dell’antica Dc) contro i quasi 14 milioni del Pdl, che salivano a 16 con l’alleanza con la Lega. E non era finita. La lunga crisi farà il resto.

L’Italia politica che emerge dalle elezioni del 2013 vede il Partito democratico di poco sopra gli 8 milioni e mezzo (un 30% in meno di elettori rispetto a cinque anni prima). Dimezzata anche Forza Italia, a poco più di 7 milioni (tutti e due insieme i pilastri del nuovo bipolarismo, con un’emorragia di circa 10 milioni…). E, ancora una volta dal nulla, il Movimento 5 Stelle primo partito con 8 milioni e 691mila voti. Un populismo da tempi di crisi, alimentato dal senso di perdita di una parte amplissima di popolazione, ceto medio, classi lavoratrici, artigiani, professionisti, giovani precari, un fronte sociale trasversale distribuito in tutte le regioni, le classi d’età, con punte tra i giovani, le professioni, soprattutto tra i ceti produttivi). Un populismo dolce, ancora, se confrontato con quelli emergenti in altre parti d’Europa, alimentato dall’ottusità delle politiche europee, dalla corruzione dilagante nella classe politica e amministrativa nazionale, dalla solitudine delle periferie, dall’indifferenza alle reali condizioni sociali delle narrative prevalenti delle diverse parti politiche.

Il Partito democratico, padrone in Parlamento grazie a uno sproporzionato premio di maggioranza conquistato con una legge elettorale illegittima costituzionalmente e a una coalizione subito andata in frantumi, ma in realtà sconfitto nelle urne, tenterà di reagire con un’operazione spregiudicata e rischiosa. Cioè con una mutazione genetica – un cambiamento radicale del proprio stile politico e dei propri valori fondamentali – rappresentato dall’ascesa di Matteo Renzi al vertice del partito e con esso alla guida del Governo. La messa in campo di uno stile esplicitamente populista, per affermare politiche – e modificazioni costituzionali – sostanzialmente oligarchiche (si pensi alla riforma Boschi-Renzi, su cui si voterà il 4 dicembre), anti-sociali (il Jobs Act e in generale la riforma del lavoro), anti-ecologiche (la legge Sblocca Italia), in ampia misura conformi alle pressanti richieste dell’establishment finanziario e dell’oligarchia europea… Ma sullo stile populista del cosiddetto “renzismo” e sul suo segno sociale vorrei ritornare più avanti).

Ora mi preme tentare di rispondere ad alcune domande: Che cosa è accaduto? Perché in Italia, che pure aveva visto tra gli anni sessanta e gli anni settanta la presenza di una forte sinistra, estesa elettoralmente, organizzata politicamente, non ha visto l’evoluzione in senso social-democratico di quella forza, anche quando le condizioni della conventio ad excludendum erano venute meno? E quando la geografia politica in Europa l’avrebbe permesso, magari in continuità con quelle che erano state le intuizioni dell’eurocomunismo berlingueriano. Perché il Paese che aveva dato vita a una forte insorgenza sociale, che in parte aveva fatto scuola in Europa, il Paese del Sindacato dei Consigli, dell’autonomia e della (breve) unità sindacale, della partecipazione diffusa, è diventato, nel nuovo secolo, il Paese del silenzio sociale. E dei successivi populismi di diversa generazione?

La prima ragione – la principale – sta nel fatto che l’Italia è arrivata alla propria “prova” dell’opzione socialdemocratica immediatamente a ridosso di quel generale, e catastrofico, social devide che si è verificato tra la fine degli anni settante e la metà degli anni novanta. Una grande resa dei conti sociale, tra capitale e lavoro (per usare termini oggi abbandonati) che ha colpito frontalmente tutte le sinistre, non solo quella italiana, e che ha rappresentato la sfida perduta per tutte le socialdemocrazie europee. In quel periodo si è consumata, a livello globale, una storica “sconfitta del lavoro”. Non una battaglia del lavoro perduta. Ma una disfatta senza precedenti, e tuttavia non elaborata, e neppure riconosciuta. Allora il mondo del lavoro è stato colpito nel suo reddito, nel suo status, nella sua identità sociale, nei suoi diritti fondamentali conquistati in un secolo di “lotte del lavoro”. Innovazione tecnologica e globalizzazione sono stati i due terreni su cui quella sconfitta si è giocata. Luciano Gallino – un autorevole sociologo italiano, forse il più grande, comunque quello che meglio di ogni altro ha capito lo spirito del tempo in anticipo sugli eventi – ha parlato di “lotta di classe dopo la lotta di classe”. Intendendo con questa formula la lotta che chi sta in alto ha scatenato contro chi sta in basso, e nei decenni centrali del secolo del lavoro era riuscito a risalire un po’: una lotta di classe alla rovescia, mossa da parte delle élites per riconquistare i privilegi perduti, neutralizzare le conquiste sociali, decostruire i sistemi di welfare, neutralizzare le politiche redistributive, rendere precario e incerto (si dice “flessibile”) il lavoro, risospingere nella sfera del privato il ruolo del lavoro che aveva ottenuto riconoscimento pubblico, entrando di diritto a costituire la cittadinanza.

Autunno 1980, sconfitta degli operai della Fiat a Torino (i famosi “35 giorni della Fiat”); Agosto 1981, licenziamento degli 11.000 controllori di volo del PATCO ((Professional Air Traffic Controllers Organization) da parte del neoeletto Ronald Reagan; Marzo 1985, chiusura delle miniere dello Yorkshire dopo l’epica lotta dei miners di Arthur Scarghill; seconda metà degli anni Ottanta, chiusura delle miniere e degli altiforni in Alsazia-Lorena… Le linee del fronte sono frammentate, ma ovunque il lavoro viene sfidato in campo aperto e sconfitto. Decentramento produttivo, outsourcing, delocalizzazione, technological change, dalla tecnologia meccanica a quella elettronica, globalizzazione sono le condizioni materiali di quella che Antonio Gramsci avrebbe definito una “rivoluzione passiva”.

Si colloca qui, a mio parere, il turning point generale, che apre la crisi delle socialdemocrazie. Anzi, che prepara la vera e propria decostruzione del “paradigma socialdemocratico”, la quale avrà tempi di sviluppo e modalità differenziate nei diversi Paesi, ma alla cui origine sta lo stesso fenomeno sociale e, potremmo dire, strutturale. Con quella netta vittoria del capitale sul lavoro, e con la conseguente asimmetria nei rapporti di forza tra le classi, venivano meno le ragioni del “compromesso sociale” che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Di quello che è stato appunto chiamato il “compromesso socialdemocratico”. Il patto veniva rotto unilateralmente sul versante del capitale (un capitale dotato di un’inedita mobilità territoriale e di una formidabile libertà di azione nei confronti della propria forza-lavoro) per la semplice ragione che, con i nuovi rapporti di forza, non serviva più e, anzi, diveniva un impaccio. E con la fine del “compromesso”, veniva rimesso in causa il welfare, che di quel compromesso era stato parte integrante, e che nelle nuove condizioni risultava essere un costo inutile. Nelle nuove condizioni le stesse politiche keynesiane – fino ad allora ritenute essenziali per la regolazione del ciclo economico – erano considerate superate. O comunque superabili.

Il nuovo principio era stato dichiarato ufficialmente, in forma chiarissima, fin dal settembre del 1979 dal nuovo Governatore della Federal Reserve Paul Volker, che nel suo discorso di insediamento aveva annunciato una svolta storica: se per un cinquantennio – aveva detto – il nemico principale, per tutti i governi era stata la disoccupazione (lo spettro delle lunghe file di disoccupati davanti agli uffici di collocamento durante la Grande Crisi del ’29), e se l’obiettivo di tutte le politiche pubbliche era stata la “piena occupazione”, ora nemico principale diventava l’inflazione. E il primo obiettivo delle autorità finanziarie il suo abbattimento. Se prima l’obiettivo – il target – era stato il mercato del lavoro e la sua regolazione, ora diventava il salario e il suo controllo: lo sfondamento della sua rigidità, a costo di lasciar fluttuare liberamente i tassi d’interesse, e di riconvertire radicalmente gli apparati produttivo. A costo della de-industrializzazione. Della precarizzazione del lavoro. Della rinuncia a forme di programmazione economica. A costo di arrendersi al disordine proprio del mercato, scegliendo modelli organizzativi flessibili, mobili, leggeri, pensati per “adattarsi al disordine” più che a “dominarlo e ridurlo”.

Di quella svolta (o meglio, delle sue conseguenze letali) le socia-democrazie europee non si sono accorte. Anzi, spesso si sono candidare a gestirne le articolazioni politiche. O a farsene garanti, in nome di un errato concetto di “modernizzazione”. Ma le ricadute sociali sono state pesantissime. Ben visibili nei numeri. Uno studio della Bank of International settlemets sulla ripartizione della ricchezza tra salari e profitti nei paesi OCSE nel periodo compreso tra il 1983 e la metà del primo decennio del nuovo secolo mostra uno spostamento dai primi ai secondi di una massa di reddito oscillante tra gli 8 e i 10 punti percentuali di PIL. Ciò significa che, annualmente, nel nuovo secolo, al lavoro va una quota di reddito inferiore di 10 punti di Pil rispetto a quella che gli spetterebbe se la ripartizione fosse rimasta quella dell’inizio degli anni ’80. E che, simmetricamente, al capitale va una quota di 10 punti superiore… Per l’Italia ciò significa una cifra oscillante intorno ai 200 miliardi di euro all’anno, non più parte delle buste paga dei lavoratori ed entrata nelle disponibilità finanziarie delle imprese (che ne dispongono solo in parte per investimenti produttivi, e ne dirottano una quota significativa nella speculazione finanziaria).

La crisi finanziaria iniziata nel 2008 ha fatto il resto. Dalle condizioni di vita dei lavoratori industriali e del settore privato l’erosione del reddito è risalita all’insieme della classe media nel suo complesso, la quale ha subito un progressivo e rapido declassamento, sia in termini materiali, di potere d’acquisto, sia in termini di status e soprattutto in termini di sicurezza (della propria condizione, del proprio stile di vita). Un Report del McKinsey Global Institut del 2016 ce ne offre una drammatica dimostrazione. E’ significativamente intitolato Poorer then their parents? Flat or falling incomes in advanced economies e si riferisce a un set di Paesi avanzati dove, in misura diversa, il reddito famigliare delle classi medie è stato duramente intaccato.: “Between 65 and 70 percent of households in 25 advanced economies, the equivalent of 540 million to 580 million people – scrivono i ricercatori della McKinsey -, were in segments of the income distribution whose real market incomes — their wages and income from capital — were flat or had fallen in 2014 compared with 2005. Tagli in qualche caso feroci. In Italia, per esempio, dove la percentuale di households danneggiati raggiunge il 98%. E poi negli Stati Uniti, con una percentuale dell’81%. Seguono United Kingdom e Netherland con il 70%, subito dopo la Francia con il 75. Al polo opposto la Svezia, dove politiche pubbliche adeguate hanno ridotto la percentuale di popolazione declassata al 20%. Stupisce che nelle aree di maggior sofferenza delle classi medie e del lavoro si siano affermati stili politici cosiddetti “populisti”? Che nel United Kingdom abbia prevalso il leave e in Netherland sia imminente un referendum per l’exit? Che in USA abbia vinto il mostruoso Trump? Che in Italia pressoché l’intero spazio politico sia occupato da soggetti che, sia pur in forma diversa, praticano uno stile populista: di destra quello già inaugurato da Berlusconi e oggi riproposto in chiave hard da Salvini; al centro quello inedito, messo in campo da Beppe Grillo; dal governo e dal cuore delle istituzioni quello (a mio avviso oggi più pericoloso) di Matteo Renzi come estremo tentativo di controllare la crisi del Partito democratico mutandone la natura e in parte anche la base sociale (il progetto del cosiddetto Partito della Nazione).

In questo contesto il tradizionale modello social-democratico non ha voce, né spazio. Rimane sospeso tra il sovranismo sciovinista dei populismi di destra (che predicano il ritorno a una sovranità nazionale come garanzia di tutela dei propri cittadini contro tutto ciò che sta “fuori”). E il cosmopolitismo socialmente indifferente e irresponsabile dell’establishment (il paradigma neoliberista, tuttora prevalente al vertice dell’Unione Europea e in pressoché tutte le agenzie internazionali) che persegue lo scioglimento di tutti i patti sociali e la riduzione di tutte le garanzie. Forse solo un “sovranismo continentale” potrebbe rimetterlo in gioco. Ridare senso all’elaborazione di nuovi “patti sociali”. Rendere praticabili politiche redistributive su scala continentale. Istituire garanzie sociali trans-nazionali. Forse, cioè, solo un’”Altra Europa” potrebbe frenare la corsa verso il basso nelle condizioni materiali e verso l’abisso nelle politiche nazionali. Ma quell’Europa è lontana. Le stesse socialdemocrazie europee – già estenuate dopo essersi abbandonate all’egemonia neo-liberista - hanno abdicato al proprio ruolo, chiudendosi in asfittiche tattiche nazionali (penso alla Germania) o autoliquidandosi (penso alla Francia, e ora anche alla Spagna). Nel luglio dello scorso anno, poi, la socialdemocrazia europea ha compiuto un vero e proprio suicidio collettivo, lasciando letteralmente massacrare socialmente la Grecia di fronte a un mondo allibito, e rinunciando così ai propri più profondi valori di solidarietà e di giustizia sociale.

Non sarà facile rimontare, dopo un così lungo ciclo di sconfitta. Ma l’emergere di una sinistra europea capace di organizzare le proprie proposte su scala continentale è l’unica possibile barriera contro il rischio della dissoluzione dell’Unione, e contro la parallela minaccia costituita da una destra nazionalista – nazional-sovranista -, xenofoba e, in prospettiva, bellicista.

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“Neutralità attiva, un possibile approccio per una politica di pace, disarmo e diplomazia popolare per l’Italia”

neutralità


Sala Simonetta Tosi – Casa internazionale delle donne
Via della Lungara, 19, Roma
10 settembre 2016, ore 14:30 – 19:00

 


Introduzione


Nel suo “Critica della politica estera” Ekkehard Krippendorff ha sviluppato il concetto di neutralità come un possibile paradigma di politica estera, identificandone i prerequisiti necessari per una radicale trasformazione delle relazioni internazionali, sulla base del principio e della pratica della nonviolenza. Secondo Krippendorff, “Una politica estera neutrale nel senso di un contributo costruttivo alla formazione di un ordine politico della società internazionale ha nella prassi un importante punto debole, le mancano strumenti alternativi. Finché la neutralità sarà soltanto una variante tattica della strategia di autoconservazione degli stati essa non si sentirà obbligata a sviluppare nuovi metodi per una politica estera “dissidente”. Ancora, “Per una “vera neutralità” le attività delle organizzazioni non governative andrebbero viste non come il completamento di una politica estera non violenta ma come l’essenza di essa.”
In una fase storica come la attuale attraversata da una profonda crisi del modello multilaterale tradizionalmente inteso, dalla trasformazione del concetto e della pratica stessa della guerra,  ormai asimmetrica, umanitaria, “contro il terrorismo”, o per la prevenzione di flussi migratori, è necessario che il movimento pacifista si impegni a recuperare le elaborazioni svolte sul tema della neutralità in quanto paradigma di politica estera e/o pratica ed approccio scelto nella gestione e risoluzione di conflitti.
In Medio Oriente e Nord Africa vediamo il sovrapporsi a conflitti locali ed anche ai processi rivoluzionari o di democratizzazione, il dispiegarsi del conflitto egemonico tra potenze globali e regionali che li sovradeterminano rendendo sempre più difficile l'identificazione delle parti e portando alla difficoltà con cui il movimento pacifista sta affrontando le sfide poste dal tendenziale superamento dell'unipolarismo americano.
Va notato come il concetto di neutralità incarnato in passato da stati quali Svezia o Finlandia, Irlanda da una parte e Svizzera ed Austria dall’altra sia stato progressivamente eroso, o rimesso in discussione. Da una parte in seguito all’adesione di alcuni di questi paesi all’Unione Europea e quindi al sistema di sicurezza collettiva da esso previsto ed anche a vario livello all’impianto di sicurezza collettiva della NATO. Dall’altra da un dibattito interno sulla portata della neutralità armata (Svizzera), o di altre modalità (Austria ed Irlanda) quali la partecipazione a operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite o alla “guerra contro il terrorismo”.
Per contro, nuovi paesi hanno scelto la neutralità quali il Turkmenistan o la Moldavia ed altri quali il Costa Rica ne hanno fatto elemento costituente del proprio sistema di leggi.
Negli anni '50 la conferenza di Bandung aveva introdotto l'idea di neutralismo come principio ispiratore della politica estera del c.d. "Terzo mondo" nell'epoca della decolonizzazione. Il concetto, annacquato nel non allineamento dell'omonimo movimento, sarà trascinato nella crisi del bipolarismo, e ispirerà il rapporto Brandt "Un programma per la sopravivenza" degli anni '70.
In Italia, il tema della neutralità (principio riconosciuto dal diritto internazionale con annessi diritti e doveri per gli stati che ne facciano opzione) ha attraversato il dibattito a sinistra prima del primo conflitto mondiale, un patrimonio culturale che vale la pena di rivisitare ed attualizzare insieme al dibattito nella socialdemocrazia europea di inizio secolo.
Lo stesso movimento pacifista del più recente dopo guerra, ne ha fatto una delle chiavi di volta del proprio pensiero, a partire dal pensiero di Aldo Capitini e poi del Movimento per il disarmo unilaterale degli anni '80, una neutralità che si traduceva nei fatti ed in primis nella richiesta di fuoriuscita dalla NATO e di chiusura delle basi straniere nel paese.
Importanti elaborazioni sulla neutralità attiva vennero anche dal movimento femminista basti pensare alla proposta ed alla definizione date dalla Convenzione Permanente delle donne contro la guerra. La neutralità sarebbe quindi per dirla con le parole di Lidia Menapace “la posizione di un soggetto politico (uno stato) che dichiara di rinunciare per se' all'uso della guerra, e di vincolarsi nei confronti della comunità internazionale a non fare politiche aggressive che possono sfociare nel conflitto armato, e di consentire alla comunita' internazionale di intervenire nei propri confronti in caso di violazione degli impegni presi con censure, rottura di relazioni diplomatiche o commerciali, embargo ecc. A sua volta il territorio neutrale non ospita basi militari di nessuno, non consente passaggio di truppe a terra ne' di aerei.” A questa scelta di non partecipazione e non-sostegno alla logica della guerra se ne accompagna una di lavoro attivo , nelle parole del Movimento Nonviolento “Opporsi alla guerra, a tutte le guerre; soccorrere le vittime, tutte le vittime; contrastare tutte le uccisioni, costruire la convivenza. Questo e' neutralita'. Questa e'
nonviolenza.” O come specifica Etienne Balibar riferendosi al possibile ruolo dell’Europa come “mediatore evanescente” nella gestione e prevenzione dei conflitti nel bacino Mediterraneo: “non è un principio di `non-intervento' nei conflitti violenti che oggi costituiscono una parte crescente della politica mondiale. Deve essere, al contrario, un principio di intervento, non solo `umanitario' ma rigido attraverso i mezzi che oggi forniscono l'interpenetrazione di processi economici, tecnologici e culturali, senza escludere le `forze di interposizione' quando le condizioni della loro presenza siano verificate. Ma sembra che l'Europa potrebbe trarre dalla propria esperienza e dal suo stesso progetto di costruzione l'idea di un rovesciamento sistematico delle relazioni tra il `locale' e il `globale' nella procedura di risoluzione dei conflitti armati che mettono l'una di fronte all'altra comunità etniche, culturali o religiose allo stesso tempo profondamente ineguali ma connesse le une con le altre.” L’approccio di neutralità attiva è stato riscoperto in occasione del conflitto ucraino quando da alcuni settori del mondo nongovernativo si avanzò l’ipotesi di sostenere il riconoscimento dell’Ucraina come stato “neutrale”, “cuscinetto” tra Russia ed Europa, né più e né meno come la Finlandia del periodo della guerra fredda.
Più di recente è stato rilanciato da Un Ponte per nel suo documento “L’opzione per una neutralità attiva in Libia”, nel quale si propongono una serie di passi, quali la de-escalation della logica di guerra e di uso della forza , la neutralità rispetto alle fazioni che si opponevano al governo di Al Serraj, e invece controproporre una strategia di costruzione della pace che preveda anzitutto la convocazione di un tavolo che veda riuniti tutti i soggetti politici e sociali libici, le tribù, i governatori locali e quelle strutture sociali ed amministrative e di società civile che dovranno costituire l’ossatura del nuovo assetto di “governo” del paese. Neutralità attiva significa in questo caso creare le condizioni per un ruolo terzo di mediazione che prevede l’abbandono di ogni opzione militare, e mantenere misure volte a prevenire il flusso di armi, tra cui l’embargo all’export di armamenti verso la Libia, assieme al sostegno ad attività di peacebuilding, anche attraverso il
coinvolgimento delle strutture dedicate delle Nazioni Unite quali la UN Peacebuilding Commission.


Le ragioni del convegno
                 
Crediamo che un’occasione di approfondimento, dialogo ed interlocuzione all’interno del movimento pacifista sul tema della neutralità possa fornire un’occasione utile per rafforzare sinergie, identificare punti di forza comuni, ed allo stesso tempo immaginare concetti e quadri di riferimento concettuale che possano aiutare a superare contrapposizioni ancorate a visioni del mondo ormai non in grado di cogliere la complessità della sfida che ci troviamo a dover affrontare.
Per questo proponiamo un seminario-convegno nazionale nel quale si possano discutere vari aspetti relativi alla neutralità attiva, da quello storico, al significato della neutralità nelle relazioni internazionali, per poi interrogare sul tema vari esponenti del mondo pacifista. A questo primo appuntamento, che produrrà una pubblicazione degli atti, ne potrebbe seguire un secondo, più pratico e seminariale nel quale i soggetti che oggi praticano la neutralità attiva nelle loro attività e campagne si confrontano e scambiano esperienze ed ipotesi di lavoro. Questo “workshop” potrebbe poi produrre un documento-manifesto per un’Italia neutrale, per la pace, il disarmo e la nonviolenza nelle relazioni internazionali” o simile.

Le questioni centrali che affronteremo


Cosa significa oggi essere neutrali? E come si può da una posizione di adesione ad alleanze atlantiche quali la NATO o a sistemi di sicurezza collettivi quali quelli previsti dall’Unione Europea, costruire una prospettiva di neutralità attiva? Quali ne possono essere le caratteristiche: uscita progressiva dalla NATO? Come? Si può ad esempio iniziare proibendo il dislocamento di bombe atomiche USA nel quadro dell’accordo di Nuclear Sharing della NATO e quindi uscendo dallo stesso ed allo stesso tempo chiedendo che l’Italia da stato membro della NATO inizi un percorso verso la neutralità declassando la propria partecipazione allo status di membro della Partnership for Peace e in ossequi all’art 11 della Costituzione, impegnarsi a non partecipare ad alcuna operazione bellica o armata (anche nel caso di avallo del Consiglio di Sicurezza) e privilegiando invece la sicurezza umana, e gli strumenti di sicurezza “civile”?
Per quanto invece concerne le pratiche proprie della neutralità, è possibile mettere a sistema le varie attività e proposte del movimento pacifista, dalla riduzione delle spese militari, al disarmo, ai corpi civili di pace, alla solidarietà con le popolazioni vittime delle guerre, alle proposte di difesa civile nonviolenta e di mediazione “dal basso dei conflitti e “peacebuilding” quali espressioni concrete di una politica estera di neutralità attiva? Sarebbe necessario rilanciare a tal riguardo alcune proposte quali la conversione dell’industria bellica ed il disarmo nucleare come propedeutiche rispetto ad una proposta concreta di neutralità attiva? Ed in che misura la ripresa del concetto di neutralità può essere utile ipotesi di lavoro anche per i movimenti di
trasformazione sociale e democratica in Medio Oriente e Nord Africa? E come si intreccia la neutralità attiva verso i conflitti di potenza con i conflitti politici agiti da attori progressisti locali o con la minaccia dei nuovi fondamentalismi?
In sintesi, il percorso che si propone intende esplorare la neutralità attiva in quanto principio ed in quanto prassi.
In quanto principio ci si propone di comprenderne i fondamenti giuridici, la correlazione con l’art 11 della Costituzione, le ipotesi di lavoro per una trasformazione dello status dell’Italia nel quadro internazionale e multilaterale attuale e il significato “operativo” di neutralità attiva dalla revisione delle alleanze e della partecipazione dell’Italia alla NATO, alle possibili modalità di partecipazione ad operazioni di peacebuilding, e peacekeeping e polizia internazionale nel quadro delle Nazioni Unite, alla presenza delle basi americane, a politiche di disarmo, riduzione delle spese militari, conversione dell’industria bellica, regolamentazione ed embargo del commercio di armi.
In quanto prassi ci si intende confrontare sulle varie iniziative in corso nell’ambito del movimento pacifista. sulle esperienze passate e presenti di peacebuilding e neutralità attiva “praticata” dal basso, come nel caso dei Balcani o in Iraq, sul ruolo dei corpi civili di pace e della difesa civile nonviolenta, sulla cooperazione e solidarietà internazionale.

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Marga Ferre intervistata da Avgi

Presidenza Federale di SINISTRA UNITA
MARGA FERRE: Vogliamo governare la Spagna per cambiare insieme l’Europa
Intervista ad Argiris Panagopoulos pubblica ad “Avgi” il 15/5/2016

 

“Vogliamo vincere le elezioni di giugno con il programma di 50 proposte che abbiamo fatto con Podemos, seguendo l'esperienza di SYRIZA, della Grecia e della Sinistra portoghese per cambiare in nostro paese e l’Europa”, ha sottolineato ad “Avgi” Marga Ferrè, che ha partecipato al gruppo che ha elaborato il programma comune con Podemos come membro della Presidenza Federale delle Sinistra Unita e responsabile della Segreteria di Politica, Programmazione ed Elaborazioni tematiche del partito.
Il 98% dei 144.540 membri di Podemos, il 62% dei membri che hanno partecipato al referendum interno hanno votato a favore dell'accordo con la Sinistra Unita. L’87,8% della gente di Sinistra Unita ha votato a favore dell'accordo, solo il 10,5% ha votato "contro", e la partecipazione è arrivata al 32,067% o alle 23.109 persone provenienti dai 22.321 membri e i 49.720 amici del partito che avevano il diritto di voto.

-Lei ha partecipato al gruppo di elaborazione del programma comune tra Podemos e Sinistra Unita…

Abbiamo formulato una proposta del governo che comprende 50 misure che ci siamo impegnati ad applicare con la formazione del nuovo governo. Siamo tutti molto soddisfatti del risultato. Sia la Sinistra Unita sia Podemos volevamo evitare la formazione di un programma pre-elettorale, perché il nostro obiettivo è un accordo di governo del paese. Vogliamo misure concrete per cambiare principalmente due cose, la situazione economica con la fine dell’austerità, i tagli e la ristrutturazione dello Stato sociale, e secondo l'adozione di misure per l'allargamento radicale della democrazia e la democratizzazione della nostra società, perché i livelli di corruzione del Partito Popolare sono arrivati alle stelle. .
La crisi economica e lo studio dell’esperienza greca ha reso possibile sia a Podemos sia a noi della Sinistra Unita di pensare molto bene le misure che dovevamo proporre. È stato relativamente facile concludere l’accordo perché lo avevamo elaborato tutto il periodo precedente. Le misure sociali che proponiamo per la Sanità e l’Istruzione pubblica sono molto buone e hanno come obbiettivo di rovesciare entro due anni i tagli che hanno fatto in questi due settori. Con la riforma fiscale che proponiamo avremo un successo, perché evitando un programma "ideologico" affrontiamo con le misure concrete che proponiamo anche contro il modo ideologico del neoliberismo.

-Il 98% della base di Podemos e il 87,8% della base della Sinistra Unita e per di più con un record di partecipazione ha votato a favore dell'accordo ...

Questa è stata la risposta logica che ci aspettavamo. C'è una grande domanda sociale e una grande richiesta dalle basi dei due partiti per affrontare uniti la destra. La paura più grande della gente è che dopo le elezioni di dicembre si ripetaa di nuovo lo stesso scenario. L'unità di Sinistra Unita e Podemos provoca una rottura nel scenario politico che si è formato dopo le elezioni di dicembre.
La destra e il Partito Popolare hanno capito il confronto e hanno trasformato  Podemos e la Sinistra Unita nel suoi nemici principali. Oggi non hanno paura dei socialisti, ma di noi, perché siamo gli unici che possono vincere le elezioni. Dovrebbe essere chiaro che questa non è una coalizione di sinistra, perché la sinistra è rappresentata dalla Sinistra Unita, ma è una più ampia coalizione che lotta per includere coloro che sono colpiti dalla crisi e per cambiare il nostro Paese, come ha fatto SYRIZA e Tsipras in Grecia. Non è solo la sinistra, ma tutta la gente che soffre della crisi. Stiamo vivendo ad un paradosso, perché le persone sentono che sia Garzon che Iglesias appartengono allo stesso spazio politico. La gente li vede come due amici che lottano per il bene di tutti aumentando l'entusiasmo dei cittadini e la pressione sociale per il cambiamento. La gente capisce che l'unità è la nostra arma per sfidare la destra e l'austerità. Noi di Sinistra Unita e Podemos non abbiamo fatto un accordo solo per mandare via la destra dal potere, ma per formare un governo progressista. Non è una coalizione contro il Partito Popolare, ma una coalizione a favore degli strati popolari colpiti dalla crisi.

-Il Partito Socialista ha rifiutato qualsiasi proposta che avete avanzato, mentre alcuni dei suoi dirigenti hanno scatenato una campagna di vero stampo anticomunista, come quello che abbiamo vissuto ad altri tempi ...

Stanno cercando di far rivivere i timori anticomunisti di altri tempi. Questa robaccia non funziona. La Spagna è cambiata. L’anticomunismo sembra ora più come una isteria di estrema destra del periodo del golpe di stato del 1936. Il problema è che il nostro accordo con Podemos affonda il regime politico bipartitico che ha sostenuto il Partito Socialista negli ultimi 40 anni. Il Partito Socialista perde una grande opportunità di sostenere un governo progressista. Ci sono settori della classe dominante che stanno spingendo il Partito Socialista per formare un governo ecumenico o di grande coalizione con il Partito Popolare per evitare la nostra vittoria alle elezioni. Non è un fatto positivo che i socialisti hanno fatto un accordo con i "Ciudadanos" o che si possono mettersi a progettare una grande coalizione con la destra. Qualcosa che sarà molto difficile da far accettare ai cittadini democratici e alla base del Partito Socialista. Abbiamo sempre teso la mano, soprattutto alla base del Partito Socialista, che ha una profonda cultura contro la destra in contrapposizione con la leadership del partito che ha perso i punti di riferimento e può sciogliere lo stesso suo partito.

-L’accordo comune sostiene la proposta per un referendum in Catalogna ...

La gente è stanca dal fatto che non ci sia una soluzione al problema della Catalogna. Il Partito Popolare e Partito Socialista semplicemente negano che ci sia un problema. Sia la Sinistra Unita che Podemos non siamo nazionalisti e vogliamo che Catalogna continui a far parte della Spagna ma questo dove essere fatto in modo democratico. La Spagna è quasi uno stato federale che offre grandi autonomie, come in Catalogna, e non è possibile che si neghi la forma che avrà la collaborazione della Catalogna con lo Stato spagnolo. Può esistere solo una soluzione democratica per la questione storica che solleva la Catalogna o il Paese Basco.
In Catalogna con Ada Colau abbiamo dimostrato che ci possono essere migliori forme di cooperazione e di convivenza che possono essere molto più vantaggiose per i lavoratori. Il nazionalismo catalano è sempre stato un alleato della destra spagnola. Per vincere la destra catalana dobbiamo mettere la questione della democrazia. In Catalogna esiste un nuovo paradigma, la grande alleanza con Ada Colau è diventata la più grande forza nelle elezioni per il comune di Barcellona e a dicembre in tutta la Catalogna. Con Ada Colau non abbiamo proposto l'indipendenza, ma la rinascita democratica della Catalogna e di tutta la Spagna, creando un enorme entusiasmo e consenso. La Spagna è cambiata molto nel corso dell'ultimo anno…

-È cambierà ancora di più dopo la vostra vittoria alle elezioni di giugno…

Non sarà facile. Si farà di tutto per evitare un governo di Podemos e di Sinistra Unita, anche se saremo almeno la seconda forza politica del paese. Posso dire dal profondo del cuore che, senza SYRIZA e quello che fate in Grecia non sarebbe possibile un cambiamento in Spagna o non sarebbe possibile il cambio di governo in Portogallo. Avete provocato un terremoto politico. In Spagna non ci sarà nessun governo stabile senza di noi e Podemos né in Parlamento nè nelle strade e le piazze.

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Assemblea di transform! italia

Transform! italia terrà la sua assemblea generale il prossimo 13 dicembre presso i locali del circolo ARCI “Sparwasser” in via del Pigneto 215 (metro C Pigneto).
L’Assemblea si terrà dalle ore 10,30 alle ore 16.
Oltre alla definizione delle cariche e delle formalità istituzionali necessarie e dovute, sarà l’occasione per una riflessione sullo stato delle cose e sulle prospettive di lavoro che collettivamente avremo l’opportunità di pensare e pianificare.
Come nodo italiano della rete europea transform! europe, fondazione politica del Partito della Sinistra Europea, abbiamo in questi anni cercato di far crescere e approfondire una visione politica europea anche nel nostro paese. Grazie ad alcune riuscite iniziative possiamo dire di aver svolto questo compito in modo soddisfacente e, anche se molto ancora resta da fare, abbiamo fornito a molti e a molte un punto di vista ed un utile riferimento. Questo ci consente ora di allargare la nostra rete italiana e essere ancor più utili nella analisi delle condizioni di trasformazione sociale, economica e politica del nostro paese e del quadro generale.
La nostra funzione resta dunque quella di essere un ponte e al tempo stesso un punto di vista. Uno strumento per tutti le associazioni e le organizzazioni a noi vicine per essere in contatto diretto con la dimensione europea attraverso transform! europe, una modalità di messa in rete delle tante e preziose iniziative, messe in campo dalle realtà a noi collegate, e al tempo stesso esprimere
la capacità di una originale proposta di un proprio terreno di ricerca.
Le questioni aperte dalla integrazione europea sembrano oggi offrire più ombre che luci, e l’incapacità di offrire una dimensione di pace e prosperità che per decenni il modello sociale europeo ha rappresentato, è sotto gli occhi di tutti.
La spirale del terrorismo ci avvita in una guerra, che l’Europa aveva, almeno formalmente, cancellato dal proprio orizzonte e riappare come forma di neo colonialismo, mentre le masse dei diseredati spingono ai confini per provocare un allargamento dell’Europa che non è più fatto di confini territoriali che si estendono, ma di persone e culture che ne vengono a far parte.
La sfida per la Sinistra è quella di dare una visione e una promessa di futuro a una Europa che invece si arrocca ed erge muri, usando la paura e la sicurezza per cancellare diritti, a partire da quelli sul lavoro, e la stessa democrazia.
Credo che il lavoro da fare sia tanto, per questo abbiamo pensato di avere del tempo da dedicare a una discussione sulle cose da mettere in campo, unendo le tante risorse che frammentate e divise, rischiano di essere poco efficaci.
Vi ringraziamo del contributo e dell’impegno che vorrete assumervi nel costruire insieme uno spazio aperto di discussione e di ricerca collettiva.

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